martedì 3 marzo 2020

Il turismo cinese resisterà al Coronavirus



In questi giorni le domande degli operatori turistici italiani stanno cambiando registro: “Come prepararsi al dopo Coronavirus? Quali sono i mercati sui quali puntare?” sono le domande che sento più di frequente.
Certo nessuno ha la sfera di cristallo, e mai come oggi è vero il celebre detto “fare previsioni è difficile, soprattutto per il futuro”, ma non mi pare sia proprio il caso di abbandonare il mercato cinese, come qualcuno pensa. Da quanto si riesce a vedere, in Cina la voglia di riprendersi è altissima e il mercato cinese potrebbe ripartire assai prima di quanto non si possa pensare, soprattutto se saranno confermati i primi tentativi di ripresa dell’economia del gigante asiatico che si segnalano queste ore. D'altronde sono tantissimi i cinesi che non vedono l’ora di cambiare scenario e hanno le risorse, non solo economiche, per poterlo fare appena possibile. 
E direi che un discorso simile possa essere fatto per il Giappone. Sono in contatto con diversi operatori giapponesi e tutti – pur con la cautele del caso – sono pronti a ripartire appena possibile.
Chi invece è al momento in grande spolvero è l’India, e gli operatori che hanno investito su quel mercato continuano a raccogliere i frutti. 
Cosa fare allora? 
Continuo a pensare che questo sia il momento migliore per investire in innovazione e per mostrare vicinanza ai mercati in difficoltà. 
Investire in innovazione è fondamentale perché difficilmente superata la crisi, ritrovereno lo stesso scenario di prima. Aspettative della domanda ed esigenze degli operatori saranno nuove e diverse e – lo si vede già ora – richiederanno nuove competenze e anche nuovi strumenti. Per essere più chiaro: non penso che tutto possa essere risolto continuando ad utilizzare gli stessi strumenti ai quali siamo abituati, con le stesse modalità, o limitandosi a far slittare di qualche mese un’inziativa, o una azione nei mercati. No. Credo che iniziative, processi e strumenti, e anche “prodotti”, non possano essere semplicemente riproposti, ma vadano ripensati per il nuovo scenario che ci troveremo di fronte.
L’altro tema è quello di individuare le modalità più giuste per mostrare vicinanza e rafforzare le relazioni, e così posizionarsi e rafforzare legami di fiducia. Il momento è quello migliore per farlo, ma le modalità vanno pensate caso per caso, perché ogni mercato ha peculiarità che vanno rispettate. E’ finita da un pezzo l’epoca della “conquista” dei mercati, e lo scenario turbolento che stiamo vivendo mostra chiaramente che è finita anche l’epoca degli strumenti globali, validi sempre e ovunque.
Giancarlo Dall’Ara

lunedì 24 febbraio 2020

il turismo cinese al tempo del Covid-19




L’industria del turismo cinese impiega oltre 30 milioni di persone, tutte bloccate a casa, e le agenzie non possono più garantire la normale operatività. Un mio cliente, ad esempio, mi ha chiesto di cancellare tutti i gruppi turistici previsti sino alla fine di aprile. Considerate che in bassa stagione di solito siamo in grado di gestire dai trenta ai quaranta gruppi di turisti cinesi al mese in Europa, e il doppio o addirittura il triplo in alta stagione... Le perdite provocate dall’epidemia non derivano solo dai costi sostenuti dai gruppi cancellati: dal momento che le attività nel mercato cinese non continueranno a funzionare normalmente nei prossimi mesi, alcuni dipendenti che lavorano in questo settore dovranno affrontare il dramma di essere discriminati e licenziati. Nel frattempo stiamo facendo il possibile per rimanere in contatto con i nostri clienti e gestire nel migliore dei modi le cancellazioni, preparandoci per il periodo di alta stagione.
Articolo integrale di Paolo Zhang qui
https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:5044

foto F, Schaeffer (Pechino)

lunedì 17 febbraio 2020

Quale futuro per il turismo cinese?



Gli operatori turistici, non solo in Italia, stanno faticosamente affrontando quello che i cinesi hanno imparato a chiamare un “cigno nero”, cioè un evento inaspettato e imprevedibile: l’epidemia del Coronavirus (COVID-19). 
Tutti si interrogano sul futuro del turismo cinese, ma al momento solo pochi osservatori hanno tentato di fare previsioni.
Tra chi ci ha provato figura l’Istituto di ricerca Cotri, il quale – nonostante la crisi del Coronavirus - ipotizza nel movimento turistico cinese verso i paesi esteri un incremento del 7% nel 2020, rispetto al 2019. In base a questa previsione nel 2020 si dovrebbe arrivare al numero record di 181milioni di viaggi dei cinesi verso l’estero. Cotri parte dall’assunto per il quale già nel prossimo mese di aprile si dovrebbe registrare una inversione di tendenza nel turismo cinese outbound.
In effetti la voglia – e anche la necessità - di partire e di andare all’estero è fortissima in Cina, e io lo verifico quotidianamente, ma personalmente non me la sento di condividere queste previsioni, anche se il mio augurio è che sia io a sbagliare.


Al momento – a costo di ipersemplificare - ipotizzerei due possibili scenari per quanto potrebbe accadere al turismo cinese outbound nei prossimi mesi: 
1. Il primo scenario prevede che in questo semestre del 2020 la crescita economica della Cina si riduca moltissimo rispetto alle previsioni (peraltro ai minimi da decenni), e successivamente, una volta sconfitta l’epidemia, ci sia una ripresa dell’economia e del turismo già nel secondo semestre.
2. Il secondo scenario prevede che l’attuale crisi incida assai più profondamente provocando danni strutturali maggiori di quelli attualmente ipotizzabili anche nel turismo outbound. In ogni caso dalle informazioni disponibili – alcune delle quali non sempre di facile lettura, o discutibili - superata la crisi sanitaria e una volta rientrati nella normalità, il turismo outbound riprenderà con vigore e tornerà rapidamente a registrare i numeri e i ritmi di crescita ai quali ci ha abituato in questi anni.

Dunque, in ambedue gli scenari, abbandonare il mercato cinese sarebbe un grande errore per gli operatori turistici e le destinazioni, ai quali raccomando di considerare che in Cina il tema di attualità riguarda la possibilità di vivere uno stile di vita sostenibile e sano, e conseguentemente la domanda di un turismo che sia coerente con questa scelta, assieme al desiderio di andare in vacanza in luoghi lontanissimi da quelli dove l’epidemia è esplosa, e più in generale consiglio di continuare a monitorare il boom delle vacanze legate al tema della salute e della alimentazione sana. 

Quello che mi preme sottolineare però è che tra gli impatti dell’epidemia del Coronavirus c’è una forte accelerazione dell’innovazione digitale dell’economia cinese, che spinge a testare e perfezionare utilizzi diversi delle nuove tecnologie, dell’Intelligenza artificiale, del telelavoro, dei droni…, e perfino delle APP e del loro utilizzo sociale. In altre parole uno degli impatti con i quali occorre fare i conti riguarda la velocità dei cambiamenti che stanno avvenendo anche nel comparto del turismo cinese. Si pensi solo alle soluzioni che vengono adottate in questi giorni in Cina per erogare servizi personalizzati, evitando i contatti tra le persone.
Il rischio per gli operatori italiani, da questo punto di vista, è anche quello di trovarsi impreparati, dopo la crisi, a dare risposte alle esigenze del Trade e della domanda cinese, ed è forse questo lo scenario sul quale, per il futuro, è necessario riflettere di più. E’ stato infatti correttamente osservato che il turista non è solo un consumatore esigente, è anche una persona che desidera proposte personalizzate e sempre di più ama viverle utlizzando e “sperimentando” l’innovazione. Dunque, anche per gli operatori italiani, è questo il momento ideale per innovare e non farsi cogliere impreparati una volta superata la crisi.

Un’ultima considerazione: questa non è la prima epidemia che colpisce il gigante asiatico, e non può restare senza risposta quanto ha chiesto la Fondazione Italia Cina: ”la crisi era imprevedibile e quindi bisogna solo valutare la tempestività e l’efficacia delle misure di contenimento, o sono in discussione anche le misure sanitarie preventive in un Paese che vive la seconda epidemia in 17 anni, caso unico nella storia recente?”
Giancarlo Dall’Ara