domenica 13 maggio 2012

Turismo cinese: attenzione al modello "Venezia"

Caro Prof. la leggo sempre con attenzione e stima, mi permetta però di intervenire e di raccontare un po’ la mia esperienza, dopo 15 anni che mi occupo di turisti cinesi.
Ecco se l’Europa dovesse farsi a misura di turista cinese potrebbe fare riferimento al modello di Venezia dove i dati dicono che l’anno scorso siano arrivati circa 300.000 cinesi (e sono sempre in aumento): accompagnatori e guide solo cinesi, la maggior parte senza abilitazione e soprattutto senza partita iva come qualsiasi professionista del settore deve avere (evasione fiscale?), barche abusive (stranamente in questa città il trasporto privato costa meno di quello pubblico – ancora evasione?), gite in gondola vendute a 150-180 euro anziché 80 euro come da tariffario esposto da nessuna parte (fregatura per lo straniero che non parla il veneziano?), visite a vetrerie con abilissimi venditori Chinese speaking (vetro di Murano made in China? altra fregatura?), ristoranti di cucina italiana gestiti da cinesi (ormai non si usa più mangiare cinese all’estero e quindi la maggior parte dei ristoratori cinesi sono diventati esperti di spaghetti al nero di seppia ma soprattutto, le tasse?). Unici settore in “regola” sono alcuni alberghi di lusso e i negozi che vendono marchi prestigiosi che hanno tutti commessi Chinese speaking poiché operando nel lusso sanno già da molto tempo che i cinesi acquistano i loro prodotti e quindi sono disposti ad investire.
Risultato: noi accompagnatori e guide abilitati alla professione non riusciamo a lavorare con il turista cinese (l’abusivismo è fenomeno diffuso ma qui succede che lavorano soltanto gli abusivi e i professionisti sono completamente esclusi dagli operatori che tengono BLINDATO il loro mercato), i tour operator locali non hanno clienti cinesi (vogliono prezzi troppo bassi), i ristoranti che chiedono più di 10 euro per un primo, un secondo e un dessert sono tagliati fuori. 
Si dice che i cinesi che emigrano all’estero vadano a stare in Cina in un’altra parte del mondo, mi pare di capire che si voglia applicare al turismo questo stesso modello togliendo la possibilità alle persone appartenenti a culture diversi di conoscersi, confrontarsi, capirsi, amarsi o odiarsi che è insita nell’esperienza di un viaggio.
Buona domenica
Cristina Girardi 


Pubblico con piacere questo intervento di Cristina Girardi, persona affabile e competente che conosco da anni e con la quale mi sono confrontato più di una volta sui temi dell'accoglienza ai turisti cinesi. So quanto ami la Cina e il turismo e immagino quanto sia stato duro per lei giungere a queste considerazioni. In effetti questo è il lato della medaglia che sinora era emerso di meno in questo Blog, che vedo molto seguito. Mi piacerebbe sentire anche la vostra opinione, ma mi piacerebbe ancor di più sapere se gli Enti che si "occupano" di turismo e di Cina siano consapevoli di questi aspetti. Ha ragione Cristina: lo sviluppo turistico non va abbandonato a se stesso, ci vuole una strategia, un pensiero lungo, un progetto. Il mercato cinese è troppo importante per tutti noi, per essere affrontato solo con i comunicati stampa e le fiere turistiche.

4 commenti:

  1. Mi fa piacere leggere dibattiti interessanti, come questo.

    Condivido tutte le perplessità di Cristina e sono sempre più convinta anch'io che il cinese-viaggiatore vorrebbe trovare le sue mète turistiche "a misura della sua bocca": hotel enormi, modernissimi e con tutti i comfort in città grandi come un fazzoletto (vd. Venezia); ristoranti cinesi in Piazze Cinquecentesche, possibilmente con panorama; prodotti made in Italy ad un prezzo stracciato. Purtroppo capiscono ben presto che non è così, ma penso che quando questo turismo sarà più "maturo" (tra pochi anni, a mio parere), anche i cinesi impareranno ad apprezzare la qualità e quindi i piccoli hotel, i ristoranti tipici locali, il vero made in italy a prezzi elevati. Questa è una mia opinione in merito alla domanda.

    In merito all'offerta, ritengo che Venezia sia la città turistica per eccellenza, dove quindi la speculazione sorge ovunque, come i funghi.
    Sono necessarie misure di controllo serrato da parte delle istituzioni e organi di controllo, tuttavia ritengo che non sia facile neanche per loro.

    In merito alle professioni turistiche (specialmente quella di ACCOMPAGNATORE), però, mi permetto di far notare che:
    - l'Italia è l'UNICO paese Europeo (quindi credo AL MONDO) che richiede un patentino per essere accompagnatori
    - la legge italiana è ambigua: ovvero se un gruppo è accompagnato da un dipendente/titolare del T.O. organizzatore non è necessario che costui abbia il patentino
    - ancora: se un gruppo è organizzato da un T.O. estero e, quindi, accompagnato da un accompagnatore straniero, non è necessario che costui abbia il patentino
    - ancora: la professione di INTERPRETE TURISTICO non è più certificata da diversi anni, pertanto non necessita di patentino...quindi, come distinguere l'ACCOMPAGNATORE dall'INTERPRETE? per non parlare della nuova figura di PERSONAL SHOPPER, che va molto di moda nelle città come Milano e Parigi
    - ancora: ho fatto anch'io l'esame per essere abilitata come ACCOMPAGNATORE, e trovo sia decisamente assurdo ritenere un professionista colui che deve rispondere a 70 domande a crocette, di cui la maggior parte in stile "chi vuol esser milionario", come "dove si trova l'altipiano del Dekkan" o "in quale città potete trovare il Museo Topkapi"

    La professionalità delle guide è indiscutibile (devono conoscere storia e iconografia delle opere d'arte), ma quella dell'accompagnatore è del tutto discutibile, visto che a mio parere è un lavoro che si perfeziona con il tempo e l'esperienza e non con un esame a crocette.
    Ovviamente il commento non è rivolto in specifico a te, cara Cristina, con cui ho già collaborato volentieri e di cui conosco la lunga esperienza con il mercato cinese.

    A presto,
    Carlotta Trevisan
    carlotta@chinarancia.com

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    1. Ciao Carlotta, ti ritrovo con piacere in questo caro blog.
      Il tuo intervento offre spunti interessanti, vorrei però controbattere alcuni punti da te toccati:

      1. E’ un errore credere che il turista cinese non sia maturo ma che lo diventerà tra alcuni anni. I dati ENIT sono veritieri: a viaggiare sono persone che vivono nelle grandi città, sono laureate, spesso hanno già passato dei periodi all’estero, sono giovani e desiderosi di conoscere e di spendere. Di cinesi così ne ho conosciuto a centinaia e ti assicuro che sanno già apprezzare i piccoli hotel, i ristoranti, il made in Italy. Il problema è che il turista cinese è BLINDATO dagli operatori cinesi che esercitano un controllo TOTALE sui movimenti del proprio cliente e finchè ci sarà questo monopolio non si riuscirà ad intercettare ed organizzare i turisti cinesi secondo i vari modelli di ospitalità presenti nel nostro paese (da Venezia agli alberghi diffusi).

      2. Il controllo da parte delle autorità è assente e non è vero che è difficile controllare. Ti faccio un esempio. Il porto di Venezia l’anno scorso ha registrato circa 1.800.000 crocieristi. Tra questi moltissimi cinesi (non si conoscono i dati però ad esempio Costa Crociere ha posizionato un bel po’ di navi in Cina promuovendo il mercato crocieristico sia in Asia che in Europa - nel 2010 la camera di commercio italo-cinese ha premiato Costa Crociere per il lavoro di promozione dell’Italia in Cina con il Golden Panda Award). Risultato: ho incontrato una mia amica cinese che vive a Roma e mi racconta di essere stata tante volte a Venezia per accogliere al porto i crocieristi cinesi. Nessun controllo. Io le navi del porto le vedo da casa mia, sono iscritta sul sito del porto di Venezia come accompagnatrice autorizzata ad operare nel porto (ho dovuto seguire un corso sulla sicurezza) e in due anni ho accolto due delegazioni cinesi. I tour operator locali dicono che i cinesi quando sbarcano si arrangiano da soli, non richiedono mai servizi (autorizzate ad operare con i cinesi siamo 5 o 6 persone ma nessuna di noi riesce ad intercettarli)

      3. Sono d’accordo con te sulla discutibilità di certe professioni turistiche però con gli operatori cinesi il discorso è diverso. Il problema non è avere l’abilitazione o avere la partita iva (anche se il lavoratore in nero costa molto di meno rispetto a quello che paga le tasse e non è discriminante da poco). Il problema è che se io accettassi di lavorare in nero per gli operatori cinesi comunque non mi inserirebbero nel loro organico perché magari al cliente potrei anche andar bene, e anzi potrebbe davvero pretendere di visitare l’Italia con un italiano. E lì sarebbe un bel guaio perché il controllo potrebbe sfuggire in mano ai locali, si rischierebbe di perdere l’affare. E’ un vero e proprio esercizio di potere che viene attivato e perpetuato da molti anni camuffandolo con la nostra incapacità di accoglienza .
      In questi anni io ho potuto lavorare soltanto grazie a quei pochissimi tour operator italiani che fin che hanno potuto hanno gestito gruppi di cinesi ma vi assicuro che molti hanno già cambiato clientela.
      Cristina Girardi

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    2. Gentile Prof. Dall'Ara, seguo sempre con molto interesse il Suo blog, e il dibattito delle Dott.se Girardi e Trevisan ha posto una domanda importante ovvero, i cinesi sono dei turisti con una minima capacità di spesa, di bassa levatura culturale, e tendenzialmente superficiali? Questa è una domanda che si pongono molti tour operator italiani indecisi se puntare o meno sul mercato turistico incoming cinese in forte crescita. Perchè attrezzarsi ad accogliere migliaia di turisti cinesi, se poi questi spendono poco e optano sempre per soluzioni di viaggio al ribasso? Che il turismo cinese al momento in Italia sia della qaualità ben descritta dalla Dott. Girandi è una verità incontrovertibile. Per mettere un pò più di carne al fuoco riporto un case-study che indica un'exit strategy da questo tipo di turismo sterile.Tale case-study dimostra che in realtà il turista cinese come lo conosciamo oggi è superficiale e disposto ad una soluzione di viaggio molto economica non per sua volontà, ma per mancanza di scelte migliori sul mercato, e soprattutto per la completa assenza di promozione turistica del nostro territorio in terra cinese.

      Una piccola agenzia taiwanese, la “The One”( 藝術風格旅行社,travel.theonestyle.com ), propone annualmente, da circa quattro anni ormai, quattro pacchetti per l’Italia verso destinazione meno note ai più qui in Oriente: Trentino Alto Adige, Sicilia, Piemonte. I pacchetti comprendono piccoli borghi come Barolo ed Alba (Cu), Cortina d’Ampezzo, Cinque Terre, ecc. Ogni giorno è previsto un pranzo o una cena in un ristorante del Gambero Rosso, il pernottamento è invece organizzato in hotel d’eccellenza. Il gruppo non supera i 25 turisti in modo da offrire al consumatore il miglior servizio possibile. Un pacchetto di nove-dieci giorni ha un costo di 3000 euro escluso il biglietto aereo.

      Ora è d’obbligo la domanda: come è possibile che questa piccola agenzia riesca a vendere un prodotto assolutamente non economico, e molto ricercato-originale negli itinerari e nell’accomodation? Il segreto sta nell’ottima strategia di comunicazione e promozione, e nella scelta di affidarsi ad un’accompagnatrice taiwanese che oltre a conoscere bene l’Italia con la sua cultura e cucina, capisce anche molto bene cosa si aspettino i suoi clienti dall’Italia. Riesce pertanto a condizionarne le scelte, a coinvolgerli in una nuova esperienza di viaggio, a farli spingere oltre le solite mete turistiche italiane. Quindi l’impiego di un mediatore culturale nella creazione dei pacchetti e l’efficace promozione turistica, possono creare nuove tendenze di viaggio e quindi intercettare o modellare un nuovo tipo di turista cinese.

      Ipotizziamo che il modello dell’agenzia viaggi “The One” fosse applicato su grande scala. Immaginiamo che il Ministero del Turismo o l’Associazione Italiana Tour Operators costituiscano un team di esperti di marketing turistico e mediatori culturali che conoscono la cultura cinese e il modo di viaggiare dei cinesi. Questo team oltre a costruire nuovi pacchetti viaggio, struttura anche tutta la campagna di promozione turistica per far conoscere le nuove destinazioni, e per creare tra i turisti cinesi un nuovo pathos, abituandoli ad un nuovo modo di viaggiare in Italia. L’Enit invece di limitarsi a tradurre in cinese le bronchures che ha già pubblicato in passato per il mercato americano-europeo, progetta dei nuovi materiali a mezzo carta stampata o digitali (websites, blogs) interamente ideati avendo in mente il turista cinese. Inoltre, addestriamo in Italia figure professionali, quali accompagnatori, guide, receptionists pronti ad accogliere il turista cinese, a farlo sentire il turista più apprezzato e voluto in Italia. Quali protrebbero essere i risultati? Difficile per me prevederlo, ma magari Lei avendo molto più dati di me a disposizione e una maggiore conoscenza delle dinamiche del marketing turistico, potrà fornirci un prezioso feedback.

      Giancarlo Zecchino

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  2. Caro Zecchino, grazie del bel commento e del caso che ha illustrato; condivido tutto. I temi sono quelli che ha toccato lei. In un mercato enorme come la Cina sono tante le tipologie di turismo possibili e molto dipende da noi: dal Trade, dagli Enti Pubblici, dagli operatori dell'ospitalità... Certo se andiamo in Cina pensando di andare alla BIT, se non abbiamo il coraggio di presentare proposte innovative e in modo adeguato alla cultura cinese, è meglio lasciar perdere. Se gli operatori turistici italiani pensano che qualcuno servirà loro la Cina su una vassoio d'argento, inevitabilmente si svilupperà quel modello Venezia che ci ha raccontato Cristina Girardi. Cerchiamo di recuperare un pò di umiltà, di spirito pionieristico (quello che ha fatto di noi - in passato - la prima meta mondiale nel turismo), e un pò più di coordinamento. Questo Blog ha testimoniato l'esistenza di tante nuove realtà, alcune giovanissime, che hanno tutte le carte in regola. Per quello che posso io ci sono. Venerdì prossimo sono ad un convegno su questi temi a Roma, ma avrò solo una mezzoretta per parlare, se vi interessa vi dò appuntamento a Milano il 21 giugno, per parlare del turismo cinese. Giancarlo Dall'Ara

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